Il Giorno della Memoria riaccende la luce su alcune pagine di storia locale che raccontano il ruolo del piccolo comune di Cortale, paesino calabrese tra il Golfo di Squillace e il Golfo di S. Eufemia, lontano dai rumore delle armi e dai luoghi delle deportazioni di massa degli ebrei.
Cortale ai margini dell’impero in guerra, ma funzionale alla repressione rovesciata, fu teatro del domicilio forzato di comunisti, antifascisti e apolitici e una delle trenta sedi di confino nella Provincia di Catanzaro. Si trattava di persone che venivano allontanate per le loro ideedi libertà e uguaglianza e che scontavano con privazioni, sofferenze e anche con la vita le loro scelte politiche.
Pietro Mascaro, insegnante, con “Le ali della memoria” (ediz. Dal Margine, Lamezia Terme) ci consegna un’interessante raccolta di documenti inediti e storie dei 50 confinati di Cortale “che ebbero il coraggio di schierarsi dalla parte della libertà e della giustizia, pagando anche con la vita la coerenza ai loro ideali e nei quali ferveva la passione per l’umanità intera e la speranza di un’Italia libera e democratica”.
Il confino era uno strumento di repressione e serviva a spezzare qualsiasi tipo di opposizione al regime, nei paesi dove si manifestava, inviando nelle zone periferiche come Cortale chiunque era sorpreso ad esprimere liberamente il proprio pensiero. Anche al confino, però, si verificarono le contestazioni degli obbligati i quali, spesso, entravano in contatto con la popolazione locale, anch’essa soggiogata dalla miseria e dalle dure condizioni di lavoro. I braccianti erano costretti a lavorare 13/14 ore al giorno. Il dilagare della disoccupazione, la crescente pressione fiscale e il ribasso dei salari facevano salire la tensione nella popolazione.
A distanza di anni Pietro Mascaro è andato alla ricerca degli antifascisti vittime della lotta al fascismo, i quali continuarono a diffondere i loro ideali di libertà. Tra questi figura Pietro Cocco, sardo, che si adoperò per la nascita del Pci a Cortale e tanti altri come Mario Babini, Roberto Bandiera, Alessandro Camia e Giacomo Caranzano. Pietro Cocco, pungolato dal ricordo, a distanza di anni è tornato a Cortale.
Mascaro sostiene “che, in un momento di pericoloso revisionismo storico, ha voluto consegnare ai giovani la testimonianza del sacrificio di chi lottava con coraggio contro le ingiustizie”.
In questa ricerca Ma scaro ha ricostruito le vicende umane e personale, le microstorie, di chi per esempio, come Mario Babini fu barbaramente assassinato; o di Giacomo Caranzano confinato per aver partecipato ai primi scioperi contro la Fiat. Raffaele Spada
Il Quotidiano della Calabria 27 gennaio 2003
Le ali della memoria
16 Febbraio 2009 di spadaraf



Il domicilio coatto, istituito come strumento transitorio contro il brigantaggio dopo l’unificazione d’Italia, fu utilizzato in seguito come strumento di repressione del dissenso politico. Anarchici e socialisti durante il Governo Crispi, furono i più colpiti. Sul finire del secolo, contro tale istituto, fu condotta una consistente campagna stampa agitando il problema nel Paese e nel Parlamento. Nel periodo giolittiano il domicilio forzato per motivi politici fu abolito ma rimase per reati comuni. A differenza degli altri periodi, durante il ventennio, con Mussolini, diventa strumento permanente di Governo. Il fascismo, infatti, nel novembre del 1926, per annientare l’ultimo residuo dello stato di diritto e completare il passaggio al regime dittatoriale, istituì il confino di polizia. Esso non funzionò soltanto come strumento per reprimere l’antifascismo, ma servì anche per soffocare ogni esile espressione di dissenso o di collera popolare contro le miserevoli condizioni di vita. Dal 1926 al 1943 più di 17mila persone furono inviate al confino. Di queste circa il 15% in Calabria. Tale consistente presenza in una regione come la Calabria era dovuta alla sua particolare condizione storica: estromessa dallo sviluppo-economico, offriva l’indispensabile isolamento dei confinati. Non per caso nella provincia di Catanzaro il domicilio forzato era in paesi con scarsissime linee di collegamento. Più di trenta erano i centri sedi di confino elencati nelle circolari che i questori inviavano ai podestà. Tra questi Cortale, situato in collina, a 450 metri sul livello del mare, tra il Golfo di Squillace e il Golfo di Lamezia Terme. Dal 1934 al 1941, a Cortale, quattromila abitanti all’epoca, furono confinate 50 persone, in larga maggioranza comunisti e antifascisti, 11 gli “apolitici”…
Ben venga un lavoro come questo in tempi in cui si vogliono azzerare le differenze tra “i ragazzi di Salò” e i partigiani, in cui si intende cancellare, attraverso l’abolizione della festa del 25 aprile, la memoria dell’antifascismo e i valori che esso ha alimentato. Basato su un metodo empirico, la ricognizione di Pietro Mascaro fornisce elementi preziosi a quanti da anni si sforzano di ricostruire la mappa, la geografia del “popolo al confino”. Con passione ed umiltà Mascaro, mosso da un forte bisogno di conoscenza, ha scavato tra le polverose carte dell’archivio municipale del suo paese, con tenacia si è messo sulle tracce dei 50 confinati inviati tra il 1934 e il 1941 a Cortale, un piccolo centro dell’entroterra collinare calabrese. Mettendo insieme materiali eterogenei, di diversa provenienza e genere, ha riannodato fili andati dispersi, ha tolto dal cono d’ombra, in cui erano immerse, figure e vicende solo apparantemente marginali, minori.Ha restituito, così un volto ed una fisionomia ad “anonimi eroi”, a uomini e donne che hanno pagato con privazioni, sacrifici, sofferenze e persino con la vita la loro scelta politica, fondata sull’adesione agli ideali di libertà ed uguaglianza, sulla speranza di una società più giusta. I loro percorsi documentano, in maniera a volte tragica, l’intreccio tra micro e macrostoria, l’intersecarsi degli itinerari individuali con le fasi scandite dalle decisioni prese da chi è al posto di comando, ben assiso ai vertici delle istituzioni statuali. Due le realtà che interagiscono nelle pagine di questo libro: da un lato il gruppo variegato dei confinati, in cui prevale la componente comunista, dall’altro Cortale, con i suoi braccianti, con i suoi contadini poveri, con la sua piccola borghesia rurale e professionistica. Sullo sfondo la Calabria ancora avviluppata nelle spire dell’arretratezza, scossa nei primi anni Trenta da numerose manifestazioni di protesta contro le vessazioni fiscali, da un malcontento sociale acuito dagli effetti della politica deflazionistica e dalle ripercussioni della grande depressione. Proprio quando rientra nella “normalità” il malumore contro il potere, impersonato nella dimensione, locale dai podestà, Cortale e altri borghi del catanzarese divengono sedi di destinazione non solo di militanti clandestini caduti nelle maglie dell’apparato poliziesco ma anche di coloro che vengono sorpresi ad ironizzare sul Duce o a cantare nostalgicamente “Bandiera rossa” o ad esprimere disappunto e scetticismo per le imprese militari del fascismo, come l’aggressione all’Etiopia. Persino la parola è sequestrata, espropriata. Il regime -è bene ricordarlo ai tanti che acriticamente sposano le tesi di Renzo De Felice- alla costruzione e alla ricerca del consenso abbina la repressione sistematica di qualsiasi forma, sia pure inoffensiva, di dissenso. Soprattutto nei confronti degli strati popolari e proletari, tra cui la sua penetrazione incontra maggiori resistenze, tende ad esercitare un controllo capillare quanto occhiuto. L’obiettivo è quello di impedire il coagularsi di sacche d’opposizione, disgregando ed isolando i “sovversivi” o presunti tali attraverso l’istituto del domicilio coatto. A tal fine risponde l’invio dei confinati in luoghi come Cortale, lontani e tagliati fuori dalle arterie principali della vita regionale e nazionale. Eppure, paradossalmente, coloro che sono obbligati alla cosiddetta “villeggiatura” spesso riescono a rompere il cerchio dell’isolamento, a entrare in contatto con la popolazione locale, diffondendo idee e principi contrari alla dittatura mussoliniana. E’ il caso di Pietro Cocco, antifascista sardo, che semina, con l’aiuto di altri compagni, il “campo” da cui nascerà nell’immediato dopoguerra la sezione del Partito comunista. Se Carlo Levi nella sua permanenza a Gagliano prende atto della misera e dura condizione dei “cafoni” del Sud, Cocco, meridionale tra meridionali, figlio di una terra periferica, catapultato in una terra altrettanto periferica, non demorde sino a promuovere la fondazione del Pci nel piccolo centro calabrese. Altre storie, altri brandelli di storia vengono recuperati da Mascaro e con essi un pezzo importante e necessario per meglio comprendere le vicissitudini e le peregrinazioni del “popolo al confino”.
Queste pagine sui confinati sono una traccia, un itinerario, frammenti di ciò che “è stato” per ricordare, a chi tenta pericolose “normalizzazioni“, falsificando e riscrivendo la storia per meschine e contingenti operazioni politiche, che la Resistenza non fu un semplice episodio della storia italiana ma il culmine di un periodo tragico e dolorosissimo che portò tante donne e tanti uomini a scelte drammatiche. Il fascismo significò per l’Italia l’annientamento di ogni regola democratica e la persecuzione di chiunque si opponesse alla sua affermazione. Significò anche l’oppressione di altri popoli, le sciagurate imprese coloniali e l’entrata in guerra accanto al nazismo con conseguenze devastanti per milioni di persone. ”Le ali della memoria” è un “documentario” che lascia “parlare” le storie, a volte con gli accenti toccanti e poetici della scrittrice partigiana Renata Viganò, a volte col linguaggio freddo e burocratico dei ligi funzionari fascisti, “carte” che narrano la vita e le tristi vicende di uomini e donne che ebbero il coraggio di schierarsi dalla parte della libertà e della giustizia pagando, anche con la vita, la coerenza ai loro ideali. Erano giovani e meno giovani, qualcuno ancora adolescente come Pietro Cocco, tanti erano comunisti, altri genericamente antifascisti ma, in tutti, ferveva la passione per l’umanità intera e la speranza di un’Italia libera e democratica in cui la giustizia e l’uguaglianza fossero compenso alle sofferenze di allora. Non vuota retorica… Queste pagine sono un atto d’amore e di gratitudine… Parole che gridano in tempi d’immemore leggerezza. Un urlo alle coscienze: “Meditate che questo è stato…”